Il
31 dicembre del 1938, in seguito alle disposizioni del
monopolio, le Majors americane troncarono i loro
rapporti con l'Italia. Soltanto la United Artists (il
gruppo che comprendeva Ombre rosse, apparso per la prima
volta da noi alla fine del 1940 con un doppiaggio
purtroppo andato perduto - la copia che noi conosciamo,
con qualche dolorosa licenza nella colonna sonora
musicale, appartiene alla riedizione del capolavoro di
John Ford ridistribuito nel 1950), la Columbia e la
Universal mantennero una piccola e breve distribuzione
sulla nostra precaria penisola.
Dopo il fatidico 8 settembre, il silenzio fu pressoché
completo, se si esclude lo stabilimento veneziano della
Cines, durante il periodo della Repubblica Sociale,
affidato al veterano Vincenzo Sorelli (tra gli attori più
noti, Elena Zareschi, Tino Bianchi, Luisella Beghi e
Giulio Oppi).
Durante il secondo conflitto mondiale, Hollywood si
rimise a doppiare in loco, come sul finire degli anni
'20, con risultati piuttosto goffi (voci
italo-siculo-americane, nomi e cognomi dei personaggi
assurdamente italianizzati) da giudicare tuttavia,
almeno dai cultori della materia, con affettuosa
tenerezza. Dallo sbarco in Sicilia in poi, le truppe
americane portarono con sé molti film in edizione
originale con sottotitoli, altri con il doppiato Made in
USA.
Nell'immediato dopoguerra le cose furono rimesse a
posto, come vedremo, dalla CDC, anche se alcune
pellicole molto importanti, tra cui Il mistero del
falco, Scrivimi fermo posta, Ribalta di gloria,
Prigionieri del passato, Lo sparviero del mare, rimasero
con le "orribili voci dallo spiccato accento
yankee" (Lorenzo Quaglietti). Assieme agli alleati
giunti a Roma, per fortuna vi fu anche un certo Mr.
Lawrence, funzionario della MGM e a suo tempo ispettore
generale per l'Europa, il quale propose a Franco
Schirato di riprendere il suo posto.
Nel novembre del 1945 la stampa specializzata lanciò il
seguente comunicato: "Il doppiaggio della
produzione americana si tornerà ad eseguire a Roma.
Infatti è solo per ragioni di forza maggiore che i film
sono stati tradotti in italiano a Hollywood con
risultati che pubblico e critica non hanno mancato
giustamente di vituperare. Siamo in grado di annunciare
che la Universal sta già approntando proprio a Roma le
versioni italiane di due film con Marlene Dietrich e di
due con Deanna Durbin".
Approfittando di un gruppo di attori italiani rimasti
bloccati in Spagna, la 20th Century Fox doppiò intanto
a Madrid Il pensionante, Com'era verde la mia valle, Il
segno di Zorro, Il figlio della furia, Il sospetto,
L'ombra del dubbio e altri, con le voci di Emilio
Cigoli, Paola Barbara, Anita Farra, Nerio Bernardi,
Franco Coop e Felice Romano.
Ma eravamo già alla fine della guerra e la vita a poco
a poco stava riprendendosi anche negli stabilimenti
abbandonati della nostra capitale, la sede naturale del
doppiaggio italiano, visto che il doppiato "da una
necessità di sopravvivenza, si era trasformato in
arte" (Mario Quargnolo).
A
proposito dei doppiaggi Made in USA del periodo bellico,
ebbe a scrivere Alberto Menarini: "I tifosi del
cinema ricercavano invano le voci familiari e gradite
dei tempi nei quali il nostro doppiato, generalmente
ottimo, si valeva di recitatori fissi per ogni
interprete. Voci nuove, poco coltivate, timbri curiosi
ed esotici; un parlare, insomma, che distraeva e urtava
lo spettatore anziché convincerlo, che stonava come un
indesiderabile complemento del film invece di
risultarne, come dovrebbe essere, una parte sostanziale.
Sia il pubblico che la critica chiamavano concordemente
ignobili, infami questi doppiati i quali,
immancabilmente, rammentavano il parlato,
indovinatissimo in sede propria e ormai famoso, di
Stanlio e Ollio. I doppiaggi provenienti erano
riconoscibili e inconfondibili, in qualche modo siglati,
non solo dalle curiose inflessioni delle voci, ma dalle
balzane espressioni e dalle strane parole che spesso vi
venivano pronunciate: numerose parole straniere
assumevano infatti una improbabile, talora
irresistibile, forma italiana che invano si cercherebbe
nei dizionari".
Ma nel 1944, appena Roma fu liberata e cominciarono ad
affluire numerosissimi i film americani, alcuni attori
si associarono nella cooperativa CDC (Cooperativa
Doppiatori Cinematografici). Tra i fondatori di quella
Casa leggendaria: Nicola Fausto Neroni, Giulio Panicali,
Emilio Cigoli, Lauro Gazzolo, Stefano Sibaldi, Adolfo
Geri e Tina Lattanzi, vale a dire alcuni dei
protagonisti decisivi di una scuola nata nei primi anni
Trenta e ora divenuta realtà giuridica imprescindibile.
Alla CDC si devono, dunque, migliaia di doppiaggi da
considerare oramai storici almeno per lo spettatore
italiano, così poco propenso a visionare un film nella
sua lingua originale o insoddisfatto dei sintetici e
spesso troppo veloci sottotitoli in calce ai fotogrammi
delle pellicole straniere, un'usanza che da noi non ha
mai preso piede e culto soltanto per i cinefili di
stretta osservanza.
Sulla questione "estetica", tuttavia,
torneremo presto. Ci basti per ora sottolineare, ancora
una volta, l'adesione totale del nostro pubblico nei
confronti di questa singolare italianizzazione dei
prodotti provenienti dall'estero, soprattutto dagli
Stati Uniti, che però investì in gran parte anche la
stessa nostra produzione nazionale.
La CDC, e un po' più tardi la sua principale
concorrente ODI (Organizzazione Doppiatori
Cinematografici), doppiarono allora, praticamente, tutte
le cinematografie europee, dalla Francia
all'Inghilterra, dalla Germania alla Spagna, compresi i
film italiani.
Nei
prolifici studi sull'estetica del cinema, esplosi ed
approfonditi negli anni '30 dopo l'avvento del sonoro e
tuttora insuperati, non poteva mancare una discussione
piuttosto accesa tra gli intellettuali sulla questione
del doppiaggio.
Sulle pagine della prestigiosa rivista
"Cinema" si dibatté a lungo l'argomento con
toni talvolta polemici o critici. Il futuro, autorevole
regista Michelangelo Antonioni scrisse tre saggi
fondamentali che tra l'altro andarono a denunciare le
manipolazioni perpetrate, durante il periodo fascista,
su pellicole anche importanti, con traduzioni dei
dialoghi a scopo politico "per la facilità con cui
è possibile variare o addirittura capovolgere il
significato di un discorso, perfino l'assunto di un film
che non si adeguino in pieno a quelle che sono le regole
ufficiali di casa nostra".
Quanto al fatto di "mantenere il pubblico italiano
in una condizione di inferiorità" rispetto a
quello straniero, ciò era vero solo in parte, visto che
nel periodo molti paesi europei si erano già
attrezzati, o stavano per farlo, per seguire l'illustre
modello di casa nostra.
Da spartire, invece, il disagio, per non dire il
fastidio, da alcuni studiosi condiviso, nel sentire i
personaggi di film non occidentali parlare con la nostra
lingua consuetudinaria e, addirittura, con le voci più
tradizionali e maggiormente utilizzate (ancor oggi è
invalso l'impiego dell'italiano, spesso senza l'uso dei
congiuntivi o dei relativi, in pellicole iraniane,
cinesi, africane, ecc.).
"Il problema rimarrà sempre insoluto",
concludeva un po' malinconicamente il grande regista
ferrarese, pure in relazione al ripiego delle didascalie
sovraimpresse, quasi sempre una scorciatoia linguistica,
da leggere in fretta a scapito di una fruizione globale
dell'immagine audiovisiva, un riassunto anche questo
spesso arbitrario. Alcuni dialoghi 'modernizzati' del
capolavoro di Billy Wilder La fiamma del peccato,
trasmesso qualche anno fa in televisione, gridano
infatti vendetta. L'auspicio era rivolto alla
"necessità inderogabile di una maggiore varietà
di voci, di perfezionare le traduzioni, selezionare
severamente i direttori, che il doppiaggio possa
divenire un'autentica traduzione dell'opera originale,
che di questa rechi tutti i motivi sonori, dialogici e
musicali".
"Ciò che a noi interessa - concludeva allora
Antonioni - non è la personalità del doppiatore, ma
quella dell'attore doppiato, per cui sia loro cura di
rimanere in sottordine, di non emergere, come doppiatori
beninteso, poiché la loro bravura è qui in ragione
inversa alla loro riconoscibilità".
Come fossero stati contagiati da tali raccomandazioni,
nell'immediato dopoguerra i doppiatori si riunirono
dunque per formare cooperative sempre più professionali
rimanendo a lungo, troppo a lungo, e ingiustamente,
nell'anonimato. Di quella scuola divenuta presto una
vera università, vale ora la pena di ricordare i
maggiori protagonisti.
Tra
i protagonisti del cosiddetto doppiaggio storico, già
attivi quindi sin dagli anni '30 e poi continuativi dal
dopoguerra in poi, meritano un breve profilo alcuni nomi
dalle voci inconfondibili, le quali hanno contribuito in
maniera indiscussa all'affermazione del cinema, non
soltanto straniero, in Italia. In ordine alfabetico ne
elenchiamo i maggiori:
Gianfranco Bellini, iniziò a doppiare sin da bambino
per diventare poi la voce di molti giovani attori dello
schermo, da Gérard Philipe di Il diavolo in corpo a
Montgomery Clift di Odissea tragica, da Claude Laydu di
Il diario di un curato di campagna a Oskar Werner di I
dannati, e poi Lew Ayres (All'ovest niente di nuovo),
John Kerr (Tè e simpatia), Robert Francis
(L'ammutinamento del Caine), Anthony Perkins (La legge
del Signore, Prigioniero della paura), Mickey Rooney (I
ponti di Toko Ri, Off Limits), Elvis Presley in Fratelli
rivali, Peter Lorre nella riedizione di M, il mostro di
Dusseldorff, ancora Clift in Vincitori e vinti, e poi
centinaia di altre interpretazioni, assieme
all'indimenticabile Hal 9000 di 2001: odissea nello
spazio.
continua...